Ogni crisi di Governo, dal punto di vista istituzionale e politico, porta con sé una serie di risvolti ai quali è doveroso dare un’ interpretazione ed una lettura autentica, per favorire un dibattito scevro da approcci fuorvianti. Dalla prassi costituzionale alle scelte politiche, passando dall’esercizio delle ‘leadership’, in un contesto storico quanto mai frammentato.

Abbiamo provato a capire cosa potrà succedere da qui a breve, con Saverio Maninno,  sempre attento ai passaggi istituzionali del nostro Paese.

Dott. Mannino, ci troviamo difronte ad una crisi quasi annunciata tra due forze politiche che non sono state in grado di rispettare un contratto di Governo. Sarebbe un azzardo pensare che questa crisi affonda le sue radici proprio all’indomani delle elezioni politiche del 4 marzo 2018?

“Certamente i risultati elettorali sono la base essenziale da cui partono gli sviluppi politici successivi e, quindi, il punto di partenza naturale dell’analisi.

Tuttavia, mi pare che la fase precedente, preparatoria delle elezioni, portasse già i segni delle possibili soluzioni politiche future. Mi riferisco alla legge elettorale, che, dopo la bocciatura del proporzionale, introduceva il sistema detto, dal nome del proponente, “rosatellum”. E, in particolare, all’introduzione all’art. 14 bis dell’istituto della coalizione, che godeva del regime preferenziale del superamento della soglia minima del 3 % – già molto bassa – dei voti validi espressi per le liste collegate. È lì che il Centrodestra acquista una fisionomia politica come tale, al di là del semplice “apparentamento” di liste elettorali.
Trasferito dalla fase puramente elettorale al panorama politico generale il Cdx viene considerato arbitrariamente come un partito unico, in cui i risultati elettorali si unificano, compensando quelli dei singoli partiti componenti e, quindi, degli incrementi della Lega Nord con le perdite di Forza Italia, e consentendo a Berlusconi di mantenere la leadership personale malgrado il notevole ridimensionamento della rappresentanza parlamentare del suo partito. E consentendo alla formazione politica, così impropriamente considerata, di rivendicare la maggioranza relativa, benché non solo i 5S (32,7 %), ma anche il PD (18,7%) avessero conseguito un risultato elettorale nettamen te superiore a quello del partito del Cd  – la Lega – più votato (17,4 %). Quella legge promossa dal Partito della Sinistra e votata compattamente da quelli della Destra che ne trarranno successo elettorale e rilevanza politica, rappresenta- a mio avviso – il primo segno, inequivocabile, dell’accordo Sinistra-Destra frutto della scelta politica del PD volta a isolare i 5S. Accordo che appare confermato dall’ulteriore mossa del PD di relegarsi autonomamente all’opposizione, malgrado il risultato elettorale (18,7 %) nettamente superiore di più di un punto percentuale al partito del Cd più votato (la Lega, col 17,4 %). Gli sviluppi successivi registrano il fallimento della scelta politica del “governo di larghe intese”, riesumato nei fatti dal PD in alternativa al governo con i 5S. L’alternativa, infatti, è risultata impraticabile per l’opposizione radicale di Salvini, deciso a impedire l’accordo Renzi-Berlusconi che lo avrebbe visto in minoranza malgrado il Suo risultato elettorale superiore di oltre tre punti di percentuale rispetto a quello di FI. Al contrario: la decisione di Salvini di sottrarsi all’egemonia di Berlusconi ha spinto la Lega al governo con i 5S, facendo così crollare definitivamente l’obiettivo dell’isolamento dei 5S su cui il PD aveva fondato la propria linea politica. Non per questo Berlusconi rimase deluso. Ché, anzi, mantenendo Salvini il rapporto con il Cdx nonostante l’opposizione dei 5S, si ebbe grazie al  sostegno della Lega nientedimeno che la presidenza del Senato, una più che adeguata rappresentanza nelle commissioni parlamentari e un numero notevole di presidenti regionali e sindaci. L’unico isolato fu il PD, rimasto all’opposizione, peraltro sterilmente esercitata, dove si era collocato in evidente attesa di un nuovo “accordo del Nazareno”, vedendo costantemente calare i suoi consensi elettorali a seguito della sconfitta della posizione politica assunta.  Il resto è noto. Il governo giallo-verde è venuto meno – oltre e più che per le differenze politiche, che l’avvio col programma contrattato aveva visto superabile – per l’attivismo dirompente e prevaricatore di Salvini, che ha considerato l’accordo come strumentale e gli stessi 5S come un supporto elettorale. Salvini  si è, fra l’altro, arrogato senza discussione il diritto di mantenere il rapporto col Cdx nelle elezioni  amministrative, nelle quali con l’apporto decisivo della Lega sono stati eletti i candidati di Forza Italia.
E senza che i 5S, prigionieri della logica dell’inimicizia addotta dal PD a copertura delle sue scelte, trovassero politicamente giustificato il diritto correlativo di sostenere gli avversari di Berlusconi nelle elezioni locali in cui non presentavano propri candidati. Il governo giallo-verde è caduto solo perché, nella fretta di realizzare la supremazia acquisita con i successi della sua politica dell’immigrazione suggestiva e parziale, lo ha fatto cadere presentando una mozione di sfiducia contro il Presidente del Consiglio dei ministri  di cui faceva parte, creando una situazione politica senza precedenti, della quale, però, ha finito per subire gli effetti distruttivi.
Oggi si prospetta l’accordo tra PD e 5S. Ed è significativo che lo sostenga immediatamente e con convinzione lo stesso senatore Renzi che da segretario politico del PD lo ha fortemente avversato. Il dialogo è aperto e dev’essere condotto senza pregiudiziali astratte, ma con attenta considerazione alle esigenze del Paese, col quale va ripreso il rapporto che sin qui nel PD è mancato.”

Leggendo tra le righe gli esiti delle consultazioni, sembra prendere forma l’ipotesi di un Governo 5 Stelle / Pd. Ci sono le condizioni?

“L’accordo per un governo PD-M5S è a mio avviso senza dubbio possibile.
Le due formazioni politiche hanno in comune ben più che – come qualcuno dice – un certo elettorato di confine.  Almeno se, per una volta, si abbandona la visione puramente tattica, cioè di mera gestione del potere, e si torna alla concezione strategica, che costituisce l’essenza stessa della politica ed è ancorata alla formulazione di valutazioni generali ed all’elaborazione di programmi per la soluzione dei problemi posti dalle condizioni reali del Paese. Proprio la presenza di un “elettorato di confine” stabile, composto dagli elettori che si spostano dall’una all’altra formazione a seconda del giudizio sulla politica contingente da ciascuna svolta, sta a dimostrare la comune base popolare. Dei punti programmatici del M5S nel passato governo mi sembrava molto importante il reddito di cittadinanza, che, se privato di qualsiasi finalità assistenziali, si rivela un.valido sistema di ammortamento per la soluzione dell’enorme e endemico problema della disoccupazione giovanile, sin qui privo di una rappresentanza sindacale riservata ai lavoratori occupati. La realizzazione di un programma del genere non può non coinvolgere le confederazioni dei datori di lavoro e le organizzazioni sindacali, creando una convergenza ampia e coordinata di risorse professionali ed economiche in un quadro che corrisponde all’imma gine di un paese per costituzione fondato sul lavoro. Una riforma di questa portata, per lo sforzo organizzativo e la mobilitazione  delle forze sociali richiesti, esigeva tempo e ponderazione, in contrasto con l’urgenza dei consensi elettorali che i politici attuali rincorrono, rendendo incerti e di dubbio esito la riforma stessa. Le due forze hanno in comune una certa visione politica di fondo e caratteristiche tipiche tali da potersi considerare ipoteticamente l’una quale sviluppo(delle insufficienze) dell’altra, come potrà essere utilmente indagato in seguito.
In atto sono sicuramente le forze più omogenee nel panorama politico generale e questa omogeneità, che fin qui ha dato luogo a una contrapposizione dialettica perversa, dovrebbe rendere relativamente agevole arrivare alla formazione di un governo di legislatura. Sempre che si abbandonino pregiudiziali astratte, come quella sulla discontinuità fondata sul nome del capo del governo, che, fra l’altro, è quello meno schierato e il più valido oppositore al governo passato, di cui ha impersonato e gestito la crisi”.

Questo passaggio storico istituzionale ci ha consegno un dato inequivocabile. Avere consenso non necessariamente è sinonimo di sagacia politica. L’ormai ex ministro Salvini, è rimasto impigliato nella sua percezione di forza?

 “La vicenda di Salvini è lunga perché affonda le sue radici nelle caratteristiche attuali della nostra società –  non solo di quella, visto che anche il Presidente dello stato più potente fa politica sui “media” – e della sua permeabilità rispetto ai mezzi di comunicazione di massa, con grave rischio per le istituzioni democratiche. Grazie ai “mass-media” e alla facilità con cui consentono di acquisire notorietà i politici sono diventati uomini di spettacolo e la politica, appunto, uno spettacolo. La facile notorietà, però, non sopperisce alla mancanza di cultura e non si traduce in capacità politica. Anzi, finisce per rivelare piuttosto la superficialità e la frivolezza del personaggio, oltre a metterne in luce le immancabili deficienze. La politica basata sull’uso scientifico della teatralità è stata introdotta da Berlusconi col suo famoso sorriso a mezza faccia, riapparso recentemente nelle cronache televisive. Poi tutti, con la politica personalistica degli annunci, hanno finito per seguirla.
Nel caso di Salvini, mi pare che abbia esagerato facendo ricorso a quel genere di notorietà come principale sostegno del consenso alla sua politica, frammentaria e inconsistente,  volta a compiacere un certo tipo di elettorato. È soprattutto svolta su base personalistica, con i poteri ottenuti dal governo con i 5S, ma senza alcun concerto ed anzi in concorrenza con loro. La notorietà così ottenuta gli ha guadagnato il 40% dell’elettorato, abilmente lusingato su temi scottanti di attualità, al punto da indurre lui e la Lega al realizzo, mediante la crisi e il ricorso alle elezioni anticipate. Il calcolo, dovuto all’improvvisazione ed all’inesperienza politica, lo ha tradito, svelando la modesta realtà  che c’era dietro il paravento del consenso così facilmente e rapidamente accordato. Questa vicenda, non bella, non si può tuttavia far gravare esclusivamente su Salvini, perché rappresenta in realtà il fallimento di una politica e di una rappresentanza politica sensazionalistiche, fondatè sull’aderenza alle spinte irrazionali della parte più suggestionabile dell’elettorato.
La notorietà dei “mass-media”, con i rischi che comporta e i risultati fallimentari cui conduce, si smentisce  col richiamo alla serietà e all’oggettività dei contenuti della politica, depurata dai tatticismi di una gestione di puro potere e dalle corrispondenti sollecitazioni clientelari e ricondotta alla sua essenza di “arte del governare” ossia di regolamentare e indirizzare con azione programmata ed esperta, la via economica e sociale del Paese. Con senso di responsabilità e realismo e, soprattutto, con capacità e volontà di ascolto delle istanze dei cittadini, per la comprensione dellr loro necessità ed esigenze.
È la via per ricostruire un corretto e valido rapporto di rappresentanza politica, col recupero dell’elettorato assenteista per disaffezione o scarsa qualificazione”.

Se dovesse andare in porto la trattativa Casaleggio-Zingaretti (il primo contatto formale è stata una loro telefonata), ci sono le condizioni di un ‘patto di legislatura’ o c’è il rischio di navigare a vista?

 “L’intesa condiziona virtualmente la stessa qualità e la continuità della presenza politica della Sinistra in Italia. E nella misura in cui le riforme e i provvedimenti del nuovo governo saranno realmente popolari, saranno capiti ed accolti col favore che meritano.
Io credo che la gente giudichi i governi dai programmi politici che si pongono e che realizzano. Non capisce, invece, è diffida dai tatticismi di puro potere, che si svolgono alle sue spalle e quasi sempre a suo danno. Credo, e spero vivamente, che sia venuto il momento in cui i governanti governano con i governati, ossia, al di là del bisticcio di parole, che governanti e governati dialoghino costantemente, trovando quel rapporto che alla classe politica è finora mancato e che è la causa della sua separatezza.
Il recupero di questo rapporto, risolvendo la crisi della rappresentanza politica, ridarebbe al popolo la sovranità che di fatto gli è sottratta e porrebbe le condizioni per la mobilitazione delle energie che può ottenersi dal popolo solo attraverso la reale – e non meramente formale – possibilità di influire sulle decisioni che lo riguardano”.

Nell’analisi della crisi di Governo e nella possibilità di dare alla luce un nuovo esecutivo piuttosto che portare l’Italia al voto, c’è da considerare la partita dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica nel 2022?

“La scadenza fra tre anni del  presidente della Repubblica e l’elezione del nuovo è venuta alla ribalta della cronaca in relazione alla spinta alle elezioni immediate data in Senato per la sua aspirazione a quella carica, dalla presidente Alberti Casellati in correlazione con la crisi aperta da Salvini per il realizzo del suo straripante consenso.
La scadenza è certamente importante e l’improprio principio elettorale maggioritario in atto vigente dà ragione dell’esigenza di ciascuna forza politica di trovarsi al governo allorché si verificherà. Anche se l’elezione del capo dello stato richiede un “quorum” notevolmente superiore iam termini di percentuale alla maggioranza governativa.
Questa evenienza si traduce in un incentivo ulteriore alla costituzione del nuovo governo PD-5S e alla sua stabilità e durata per l’intera legislatura.
Come si è detto, le condizioni ci sono, purché le tattiche politiche cedano il passo alle strategie programmatiche, che esigono un’azione di governo accorta e lungimirante, volta a recepire e soddisfare le esigenze reali della gente e a cogliere e stimolare le prospettive di sviluppo del Paese”.