“Fondamentale l’incontro tra studenti e detenuti”: parla Maria Carmela Longo, direttrice del carcere di Reggio Calabria e Arghillà

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Già direttrice del carcere di Como, Lecco, Varese, Sondrio, Busto Arsizio, Paola, Crotone, Lamezia e Cosenza, la dott.ssa Maria Carmela Longo ha ricevuto nel suo ufficio la redazione di In-cammino, per condividere qualche riflessione sulle realtà delle carceri, del loro scopo rieducativo e di alcune criticità inerenti la gestione di detenuti, del sovraffollamento e della carenza di personale. Ad oggi, dirigente della casa circondariale di Reggio Calabria e di Arghillà ha sottolineato l’importanza dell’incontro tra giovani studenti e detenuti, e sul quale punta tantissimo.

Le carceri italiane soffrono di un’emergenza sovraffollamento?

C’ è stato un problema di sovraffollamento, anzi una vera e propria emergenza negli anni passati. Circa 64.000 presenze a fronte di 45.000 posti disponibili, hanno creato dei disagi considerevoli. C’è stata una ricaduta sulla qualità della vita del detenuto e sul carico di lavoro, in qualsiasi ordine e grado, del personale penitenziario. Dopo la “Sentenza Torreggiani”, in seguito alla quale la Corte di Strasburgo condannava l’Italia per le condizioni inumane nelle carceri, in quanto non venivano garantiti i 3 mq calpestabili a detenuto, l’amministrazione penitenziaria in meno di due anni è arrivata al superamento del problema del sovraffollamento, con l’eccezione di pochissimi istituti, attraverso un percorso veloce e virtuoso, di ristrutturazione di spazi e ambienti carcerari, per far fronte al ‘monito giudiziario’ che arrivava dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Il carcere di Reggio Calabria, soffre di sovraffollamento o di carenza di personale?

Reggio Calabria non soffre questa condizione. È stata aperta nel 2013, dopo anti anni, la casa circondariale di Arghillà, anche per ottemperare a quanto previsto dalla sentenza europea. Inizialmente fu occupata con soli 150 detenuti, per capire come avrebbe risposto una struttura rimasta chiusa per quasi vent’anni. Oggi, a pieno regime, ha 330 detenuti. L’apertura di Arghillà ha permesso di decongestionare la situazione del carcere di S.Pietro, ma ha permesso anche di accogliere detenuti di altre regioni, dove era presente un alto tasso di sovraffollamento. Infatti c’è una ala dedicata a detenuti provenienti dalla Puglia, dalla Sicilia e dalla Campania. In Calabria complessivamente la situazione è sotto controllo, perché a livello regionale è stata attuata una politica di ottimizzazione dei posti nelle carceri, attraverso lavori di ristrutturazione e messa a norma di ambienti che prima non erano fruibili. Per esempio a S.Pietro l’ala dedicata alle donne è raddoppiata per numero di posti. Per quanto riguarda il problema delle risorse umane, è un fattore nazionale ad incidere. Meno risorse economiche e più pensionamenti: il numero del personale si abbassa, creando una situazione di sottorganico. Nel 2016 non vi è stata alcuna immissione nella Polizia Penitenziaria. Da quest’anno dovrebbero partire nuovi concorsi e nuove assunzioni.

Nella gestione dei detenuti, le carceri di S. Pietro e Arghillà presentano criticità?

La stragrande maggioranza sono detenuti di media e alta sicurezza, e non creano problemi di alcun genere. Mentre la categoria di detenuti che sta crescendo, creando non pochi problemi, è quella degli stranieri, degli scafisti in particolar modo: un’altra cultura e un’altra mentalità. Basti pensare alla loro cultura “sanitaria”. Se un italiano registra un qualsiasi tipo di problema si rivolge all’amministrazione e si fa curare. Lo straniero, avendo anche una soglia del dolore elevatissima, avendo difficoltà a comunicare, difficilmente si rivolge agli addetti sanitari per farsi curare. Per questo motivo abbiamo dovuto fare i conti con malattie serie, e quindi con un problema di carattere igienico-sanitario. Pe non parlare della loro cultura alimentare o religiosa. Tra di loro culture diverse. Voglio sottolineare come il personale di polizia penitenziaria sta dando un grande contributo a riguardo. Attraverso un innalzamento del grado di attenzione, riesce a gestire al meglio situazioni che, se non prese in tempo, possono degenerare. Infatti gli stranieri per attirare l’attenzione per palesare un malessere o un disagio, ricorrono spesso a gesti di autolesionismo.

L’aspetto rieducativo come si caratterizza?

I primi approcci rieducativi sono svolti all’interno del carcere e mirano a percorsi di alfabetizzazione e comunicazione, per gli stranieri. Mentre accessibili a tutti sono la sala musica, la palestra, la biblioteca e il laboratorio di lettura, il cineforum e il corso di pittura. Potrei citarne tanti altri. Tutto svolto rigorosamente in piccoli gruppi.

Sono previsti percorsi fuori dal carcere?

Si. Assolutamente sì. Faccio qualche esempio. Un protocollo con il Comune di Reggio Calabria per l’impiego di detenuti, in forma gratuita e volontaria, per la pulizia di alcune aree verdi della città: da settembre tre detenuti, ogni giorno, hanno il permesso di uscire con gli addetti dell’azienda AVR. Anche un’altra importante iniziativa è stata quella portata avanti lo scorso anno con la Cooperativa “Sole insieme”, costituita da donne in difficoltà. Infatti con il sostegno di Confindustria e della Provincia, con le quali quattro detenuti hanno ristrutturato, sempre in modo gratuito e volontario, un bene confiscato alla mafia, hanno dato vita ad una sartoria sociale. Da questa iniziativa è nata l’idea progettuale di creare una sartoria femminile qui a S.Pietro, attraverso dei percorsi formativi e professionali.

Sono altresì previsti percorsi formativi con il mondo delle scuole?

Certamente. Ho sempre creduto nell’importanza dell’incontro tra studenti e detenuti. Per un motivo semplice: i ragazzi devono rendersi conto con i loro occhi, e non perché qualcun altro glielo fa presente, di quali possano essere le conseguenze delle scelte sbagliate. Perché solo in questo modo possono fattivamente rendersi conto di cosa possa significare essere privati della libertà. Solo la testimonianza e l’esperienza in questi casi può risultare formativa. Qualche tempo addietro attraverso un progetto con le scuole, abbiamo creato un vero e proprio spettacolo teatrale, nel quale i detenuti sono stati, insieme agli studenti, assoluti protagonisti. Non solo in scena, recitando, ma anche partecipando attivamente alla creazione delle scenografie e degli abiti di scena. Hanno lavorato gomito a gomito confrontandosi anche sulle proprie esperienze di vita. Da qui a breve partiranno nuovi percorsi di interazione con il mondo della scuola.

 

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